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Occhi sul Mondo - Aprile 2014

In questo numero…

Lo sguardo distratto del Turista

“chi non viaggia non conosce
il valor dell’uomo”
Ibn Battuta

Da quando il primo mammifero, 5 milioni di anni fa, nell’emisfero australe cominciò a camminare eretto, divenne un instancabile camminatore e adattò il suo stile di vita e i suoi attrezzi allo spostarsi da un luogo all’altro. Questa nuova esperienza gli permise di conoscere altri uomini soli o con il nucleo “familiare” o in gruppo, confrontarsi con loro e migliorare le sue armi e tecniche di caccia e di pesca, la lavorazione delle pellicce degli animali uccisi, per coprirsi durante i climi più freddi o utilizzarle nella costruzione delle prime rozze capanne.

Si unì agli altri, insieme seguirono i grandi animali durante la loro transumanza, misurò il tempo secondo le giornate di marcia,migliorò la sua dieta a base di carne cruda, fino a quando non scoprirà la rivoluzionaria utilità e necessità del fuoco. Confrontarono le loro conoscenze ed esperienze, gli dei furono cercati e selezionati dal viaggio.

Scoprirono l’utilità della pastorizia e la filatura e la tessitura della lana delle pecore e la possibilità di addomesticare gli animali e i vantaggi della coltura di semi e bacche. Divennero stanziali e cominciarono i primi scontri con le tribù nomadi in continuo movimento.

Erano nomadi (= chi erra per mutare pascolo) Abramo e Mosè, nomadi guerrieri Gengis Khan e Temerlano, e nomade sognatore Don Chisciotte.

Viaggiatori furono Ulisse, incoraggiato dalla nostalgia (= nastos “ritorno” e algos “dolore”), per la sua lunga assenza dalla sua amata Itaca; lo fu Enea, alla ricerca di una terra per fondare una nuova Ilio, lo fu Didone che gettò le basi per Cartagine. Giasone e gli Argonauti si proiettarono verso la conoscenza di nuove terre, mercati e ricchezze; il vello d’oro sembra essere stato il primo contatto dell’Occidente con la straordinaria seta cinese.

I miti, i poemi antichi, la letteratura di viaggio attuale sono testimonianze della tensione dell’uomo per il viaggio, per andare oltre il mito delle colonne d’Ercole, per allargare i propri limiti e orizzonti commerciali, spesso preceduto dal “viaggio” di conquista, per confermare la sua fede e, infine, … vi è il turista che viaggia per riaffermare il proprio stato sociale.

Nella ricerca di Dio e di sé, l’uomo si fa pellegrino (per-agros). Per definizione i pellegrini sono quelle persone che, spesso in solitudine,percorrono il territorio intorno alla città. È uno straniero, uno strano, un diverso. Nella storia dell’uomo il pellegrinaggio ha radici profonde nel suo essere, nella sua storia, nella sua dimensione psicologica ed esistenziale, peregrinare appartiene alla sfera linguistica greca e romana e classifica il viaggiatore colui che avanza persuaso risoluto verso il luogo sacro per ritrovare se stesso.

In un lungo testo affisso nella chiesa del Cebreiro sul Cammino di Santiago di Compostela in Spagna, si legge fra l’altro:

Quand’anche avessi percorso tutti i sentieri,
superato montagne e valli da est a ovest,
se non ho scoperto la libertà di essere me stesso,
allora non sono ancora arrivato.

Turismo e pellegrinaggi, agenzie di viaggi, prospetti, guide, televisione e tutto il sistema della comunicazione attuale, si sono impossessati, impropriamente, di questo scombinato binomio moderno.

Turismo è, infatti, una parola di origine inglese che entrò nel lessico italiano nei primi anni del secolo scorso con il significato di “azione di viaggiare per il proprio piacere”.

È giunto il momento di dare al nostro viaggio un contenuto più efficace ed intenso, non momentaneo, proprio del tempo libero o liberato dal lavoro, non di puro svago ma etico,inteso nel suo significato etimologico originale di “rispetto della vita sociale e civile e responsabile come coloro che devono rendere ragione delle proprie azioni”.

Dobbiamo obiettare ai canoni imposti dalle leggi dello status simbol, del consumo, del pregiudizio, ed essere capaci di comprendere le cause e non di giudicare gli effetti, confrontandoli con la nostra cultura.

Un apprendimento antropologico può convincerci sulla mancanza di sensibilità del nostro giudizio approssimativo sul divario economico, sociale e culturale che ci divide dagli altri del sud del mondo.

Questi atteggiamenti risulteranno, in seguito, più utili a noi che ai nativi.

I turisti del mondo occidentale sono spesso vittime di un egocentrismo culturale, immotivato, verso i nativi. Il viaggio è un’ottima esperienza, per giudicare le nostre capacità di comprendere e per liberarsi, quindi, dalle nostre ancestrali prevenzioni.

Credo che l’agenzia di viaggi al ritorno di questi loro clienti, dovrebbe organizzare un incontro di riflessione e confrontare e discutere, insieme ai partecipanti, le impressioni ricavate da quella esperienza, cominciando dalla improrogabile necessità con la quale hanno accettato il rito della ricerca e dell’acquisto del souvenir locale originale. Oggetti che al ritorno metterà, dimenticati e inefficaci ricordi della cultura di quel popolo, nel fondo di un cassetto: il turista è nudo.

Viaggiare per conoscere e capire ma, anche, per conoscersi meglio, per riflettere sugli stili di vita degli altri, sulle loro tradizioni, in un tentativo estremo di integrazione fra civiltà, che risulterà essere la migliore risposta ai fondamentalismi e agli estremismi casalinghi e sociali del razzismo.

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